Tradizione del pellegrinaggio

“…Lungo la via, avevo osservato che quasi ogni pianta di ginestra era legata ad un’altra per mezzo di un nodo intrecciato con le loro cime. Seppi che quei nodi venivano composti dai promessi sposi che accorrono alla festa, emblema del nodo che già stringe i loro cuori o come promessa di fedeltà fatta dinanzi alla Regina degli Angeli. Questi nodi vengono poi sciolti dalle coppie felici che vi tornano dopo il matrimonio. Nella mia vita non avevo ancora veduto uscire un pensiero così altamente gentile (…), né sotto forma così dolcemente poetica…”
Renato Fucini – Napoli a occhio nudo, 1878

Nelle tradizioni e degli aspetti folcloristici annessi al pellegrinaggio a Montevergine, vi è in proposito un’ampia casistica. Una delle più antiche consuetudini, risalente addirittura a San Guglielmo, prevedeva per i monaci che vivevano in abbazia, e per i fedeli che vi giungessero, lesti. I pellegrini, addirittura, evitavano non solo di portarsi dietro tali cibi, ma spesso il loro pellegrinaggio era caratterizzato dal digiuno. Invece una delle più poetiche e sentite tradizioni riguardava i giovani innamorati, i quali avevano eletto la Madonna loro patrona, e a Lei si rivolgevano per la realizzazione dei loro propositi. In particolare, sui sentieri, si scorgevano con una certa frequenza cespugli di ginestre annodati; erano le ragazze o donne non ancora maritate ad intrecciare tali nodi, che diventavano simbolo del nodo nuziale. Se si sposavano, infatti, sarebbero tornate l’anno successivo, in compagnia dello sposo, a sciogliere il nodo. Il tutto sotto la benevola protezione della Madonna. Un’altra delle espressioni tipiche del pellegrinaggio era costituito dalla partecipazione di fanciulle dai tredici ai diciotto anni, denominate verginelle o scapillate, epiteti riferiti alla loro illibatezza e alle folte chiome che le cadevano sulle spalle. Vestivano di bianco, a volte con un nastrino azzurro sulla fronte. Salivano in gruppo al Santuario, quasi sempre scalze, per conto di terze persone, alle quali era stata appena concessa una grazia, o per voto. Si riteneva, infatti, che la loro tenera età, espressione di purezza e incorruttibilità, costituisse cosa di maggior gradimento a Dio e di conseguenza, l’attuazione del voto, poteva raggiungere la massima efficacia. Una tradizione tipica del folclore partenopeo, più che del pellegrinaggio vero e proprio, era la cosiddetta arretanata, una sfida tra i carri più veloci sulla via del ritorno.

E quasi sempre sulla via del ritorno vi era un’altra competizione, sicuramente meno pericolosa, ma che suscitava altrettanto entusiasmo e coinvolgimento da parte della gente che vi assisteva. Si trattava della cantata ‘a figliola, una gara tra cantautori improvvisati i quali a suon di rime e note musicali, accompagnati da chitarre, violini e mandolini, ma anche da un buon bicchiere di vino, si sfidavano sulla narrazione delle glorie della Vergine e dei miracoli da Lei compiuti. Altre tradizioni, il più delle volte differenti a seconda della città e del contesto culturale e sociale, si sono sviluppate nel corso dei secoli, o sono figlie dell’ancor più lontana tradizione pagana, ma che da sempre con il loro folclore accompagnano i devoti durante tutto il tempo del pellegrinaggio.