La farmacia

Si è detto che la necessità che aveva spinto i monaci di Montevergine a costruire un palazzo in una zona dal clima più mite era quella di avere a disposizione un’infermeria in cui i religiosi malati potessero essere convenientemente curati. La farmacia, o “spezieria”, nata all’inizio per servire esclusivamente la famiglia dei monaci, successivamente si aprì anche al servizio del pubblico, e rimase, fino al secolo XIX, sempre affidata alle cure di confratelli esperti nelle arti mediche e farmaceutiche; al riguardo il padre Mongelli, cita un elenco dei medici della provincia di Avellino, del secolo XIII-XIV, all’interno del quale si trova nominato anche un tal Giovannello di Montevergine. La farmacia di Montevergine inoltre funzionò a servizio di tutta la Congregazione, per lo meno fino alla fine del 1600, quando il cardinale Orsini provvide a creare una seconda infermeria nel Monastero di Monteverginella di Napoli. Al padre assegnato all’infermeria toccava il compito di assistere gli infermi; gli veniva affiancato anche un confratello, per sostituirlo in caso di qualche impedimento che poteva occorrergli. Quando i monaci di Montevergine diedero avvio alla costruzione del nuovo Palazzo abbaziale di Loreto non potevano dunque non dare all’infermeria e alla farmacia la stessa importanza che esse avevano avuto nel vecchio palazzo, e allo scopo l’architetto Di Blasio destinò tre stanze presso la portineria, anche per poter servire richiedenti di fuori che non erano pertanto costretti ad entrare nel monastero, violandone la clausura. I vasi furono commissionati ad una fabbrica napoletana, che padre Mongelli ritiene si possa trattare di Giustiniani, fornitore delle maioliche che servirono per arredare anche gli altri locali del palazzo; erano di forma diversa, distinti secondo la terminologia del tempo in alvaroni, mezzi e quarti alvaroni, fusilli e mezzi fusilli, complessivamente in numero di 398. Su ognuno di essi c’era lo stemma di Montevergine, con le due lettere M V. Da un inventario redatto dal padre Bernardino Izzi nel 1763 veniamo a sapere dell’arredo della farmacia (con un bancone in noce, una bilancia, numerosi vasi) e del laboratorio, in cui si trovavano tre mortai in bronzo ed uno in pietra. La farmacia del Palazzo di Loreto entrò in funzione nel 1753 affidata a fra’ Giuseppe da Crispano. Alla sua morte, avvenuta nel 1789, i monaci stipularono un contratto con i fratelli brindisini Alessandro e Aniello Eugenio, abitanti a Napoli, cui fu fatto obbligo, tra le altre cose, anche di istruire uno o più laici verginiani da destinare in seguito alla farmacia. Nel periodo tra il 1826 e il 1830 la farmacia restò affidata al fratello non professo fra’ Gaetano De Mita e successivamente a Costantino De Silva, di Ponticelli di Valle, il quale si prodigò particolarmente nella professione di farmacista, assecondando il suo carattere accondiscendente e dedito al prossimo che lo portò nel 1831 a vestire l’abito monastico in qualità di fratello, con il nuovo nome di fra’ Giovanni Vincenzo. Questi tenne la farmacia fino alla morte, avvenuta l’11 novembre 1878. Il 1800 fu il secolo delle leggi di soppressione delle corporazioni religiose; alle prime del 1807, che riguardarono solo il regno di Napoli, seguirono quelle del 1861 e del 1866, alle quali neanche Montevergine, benché fosse abbazia nullius riuscì, in una prima fase, a sottrarsi; la confusione che ne seguì ebbe ripercussioni notevoli e durature, tanto che si può dire fu direttamente proporzionale al risentimento che animò la Congregazione dei monaci i quali consideravano senza mezzi termini lo Stato italiano un ingiusto detentore dei loro beni, abusivamente requisiti. Bisogna tuttavia aggiungere che, anche su richiesta dei monaci verginiani, il Consiglio di Stato deliberò, nella seduta del 28 maggio 1868, che le abbazie nullius non erano soggette alle leggi di soppressione e che dunque si sarebbe avviata la restituzione di quanto era stato confiscato qualche anno addietro; sempre nello stesso 1868 Montevergine venne dichiarato Monumento nazionale. Naturalmente anche la farmacia di Montevergine risentì di questo clima pesante in cui divenne difficile finanche continuare ad interessarsi della buona salute dei monaci; difatti, dopo diversi tentativi di affidarla a farmacisti esterni, provenienti da Avellino o da altri paesi vicini, tante e tali furono le difficoltà burocratiche ed economiche (perché non avendo più alcuna possibilità di trovare un titolare all’interno della congregazione bisognava stipendiare i farmacisti esterni) che, nonostante i buoni uffici di uno degli abati più attivi di Montevergine, Vittore Corvaia, subì una prima temporanea chiusura, dal 1° gennaio 1897 al 1900. Quindi, il 16 gennaio del 1900 lo stesso abate Corvaia, che non si rassegnava all’idea di perdere un servizio così importante, stipulò un contratto con il farmacista avellinese Angelo Pagnotta, con il quale la farmacia di Loreto sembrò avviarsi ad una lunga e produttiva attività, quando inaspettatamente nel giugno del 1901 il contratto fu annullato e la farmacia chiusa definitivamente: l’amara consapevolezza che il tempo delle spezierie monastiche fosse irrimediabilmente tramontato si fece strada anche presso l’abate Corvaia e i suoi confratelli che, seppure a malincuore, furono costretti a decretare la chiusura della Farmacia di Loreto. Delle tre stanze originariamente destinate dal Di Blasio alla farmacia di Loreto, è rimasta attualmente un’unica sala, che ha assunto una nuova veste dopo i consistenti lavori di restauro che si ebbero nel 1964-1965; degli originari 308 vasi se ne conservano oggi poco più di 200, perché in tempi recenti il Palazzo abbaziale di Loreto ha subito un consistente furto di suppellettili, tra cui anche molti dei vasi ospitati all’interno di una scaffalatura in noce, eseguita in stile imitazione del Settecento. Sotto la volta del soffitto si può osservare, in una cornice ottagonale, un quadro dipinto da Giacomo Baratta nel 1761 che rappresenta la guarigione di Tobia dalla cecità; questo quadro fu lievemente ritoccato dal prof. ernando Vignanelli nel 1965. In una cassamadia ad un lato della sala sono conservati altri tre vasi di piccole dimensioni che dovevano far parte della fornitura originaria, ma che non presentano lo stemma di Montevergine; inoltre bilancini ed altri utensili della vecchia farmacia. Sull’altro lato un tavolino ottagonale in stile fine Settecento. La tradizione, non soltanto quella locale per la verità, non ha lasciato grandi testimonianze scritte dirette sulle abilità dei monaci di Montevergine che avevano imparato a riconoscere le erbe e a lavorarle per trarne delle medicine; questa circostanza è risultata determinante perché, soprattutto a seguito delle citate leggi di soppressione delle corporazioni religiose del secolo XIX, quel vasto patrimonio di conoscenze mediche e più specificamente farmaceutiche andò irrimediabilmente perduto, ciò che contribuì in qualche modo a determinare la definitiva chiusura della farmacia